Generazione invisibile

Nel 2019 Daniele Silvestri, con Rancore e Manuel Agnelli, portavano al Festival di San Remo un pezzo pazzesco e potente. 
Mentre ascoltavo parola dopo parola, ero incredula e contemporaneamente esaltata. 
Il pezzo – Argento Vivo – dava finalmente voce, davanti ad una platea enorme, ad un tema che sentivo profondamente dentro di me sin da adolescente e che non mi ha mai lasciata. 
Un tema che vive nell’omertà, nell’ignoranza, nell’assuefazione e nella rassegnazione. 
Il brano da voce alle sofferenze biografiche dell’anima di un ragazzo di 16 anni che si racconta in quei 10 anni che sono il clou della sistema scolastico – elementari/superiori – nel quale ha vissuto come allievo e come figlio. 
Una riflessione, una narrazione di un ragazzo che si osserva come detenuto in un carcere fatto dall’incomprensione, dall’incomunicabilità tra generazioni e che genera la sofferenza che vive nella sua interiorità, specchio di quella dei giovani. Vessato nel privato e nella scuola e costretto anche ad assumere farmaci ed a ricevere ‘certificazioni’ pur di diventare o apparire ‘normale’. 
Fu appunto l’insofferenza che vissi nel mio percorso obbligato in essa che mi condusse, da mamma, alla Scuola Waldorf di cui prima di quel momento non sapevo nulla. Quella scuola fu certo una salvezza rispetto a ciò che c’era in giro ma non ci si illuda che gli stessi schemi di questa nostra società del funzionamento, della competizione, del giudizio, lì siano stati superati solo perché le scuole Waldorf si chiamano così. La materia umana è la stessa solo che, come dico sempre io, almeno li c’è in qualche modo a proteggere i ragazzi, Steiner. 

Tutta la mia carriera di mamma, anche se Waldorf, si è dovuta misurare con quegli schemi. 
Ed è stata quella la ragione che mi ha condotto a studiare l’Antroposofia prima da sola e poi con percorsi formativi dei gruppi di studio che si sono declinati successivamente nelle formazioni di pedagogia Waldorf e di quella Curativa.

Da bambina non riuscivo e da adulta e da mamma ancor meno riesco – e non voglio riuscire – a tollerare l’approccio gerarchico, vessatorio, oppressivo, dispotico, coercitivo verso bambini e ragazzi. Una modalità alla quale ob torto collo molti bambini e giovani inesorabilmente poi si piegano, arrivando essi stessi a considerarlo normale cadendo così in un oblio che li allontana dalla possibilità di educere sé stessi e dunque divenire ed essere sé stessi al punto che essi stessi ne diventeranno sostenitori, custodi e divulgatori a loro volta. 
Come racconta ‘argento vivo’. 
Perché accade? 

Perché non è concessa la libertà di essere sé stessi? 
Perché essere sé stesso significa non essere controllabili. È molto meglio in-segnare sin da piccoli l’obbedienza, il conformismo, l’adeguamento ai condivisi schemi sociali, alle regole, alla propaganda espressa dal politically correct. L’importante è che tutto vada a scapito della manifestazione integrale del proprio IO. Tanti ego, scarsi IO. 
Questo schema “educativo” semplifica assai la vita degli adulti e delle istituzioni poiché sottomette l’individuo e la sua ‘imprevedibilità di libertà’ all’autorità costituita, che siano istituzioni o educatori/genitori. 
Figure, anche esse provenienti dalla schiere di quei bambini cresciuti nella stessa brodaglia di adeguamento e sottomissione che li ha normalizzati per cui non ricordano chi erano e non conoscono altri strumenti ‘educativi’ se non quelli coercitivi e competitivi con cui sono cresciuti e che sono diventati il loro DNA. Un sistema che può e sa utilizzare solo l’autorità per determinare i risultati che si attende e lo fa con uno strumento efficacissimo: la paura.  
Così, la maggior parte dei bambini dopo questo addestramento decennale diventa a sua volta un adulto normale. Tutti normali, tutti uguali, tutti funzionanti. Tutti sottomessi al sistema, al monopensiero ed alle sue regole. 
Peccato che Rudolf Steiner nel Corso di pedagogia curativa dice che ‘nessuno è normale e che il concetto di normalità è qualcosa che occupa il tempo di una comunità di benpensanti

Essere educatori, insegnanti o genitorinon vuol dire possedere naturalmente le caratteristiche per svolgere queste chiamate. Quindi non occorre nemmeno flagellarsi, poiché si è vittime noi stessi di questo sistema. Ma rendersene conto è in nostro potere ed agire per modificarlo un dovere. 
Non è scontato essere in grado di occuparsi di età evolutiva semplicemente perché si è acquisito un diploma o una laurea o perché si è diventati genitori. 
Se non si è fatto e si continua a fare un intenso lavoro di conoscenza dell’uomo sia da un punto di vista dei comportamenti, che Steiner chiama “vita animica transitoria“, sia da un punto di vista delle cause spirituali, che Steiner chiama “vita animica durevole”, di fronte agli esseri umani – adulti o bambini -, ci troveremo sempre davanti all’ignoto e dunque apparirà la paura del non sapere cosa fare che ci indurrà a muoverci nel modo più ovvio possibile, la coercizione. 

Sempre allora di fronte ad una risposta che dal mondo adulto porta sofferenza al mondo dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza, dovremo prima guardare ciò che noi come adulti abbiamo causato al mondo dell’infanzia e poi andare a domandarci che cosa possiamo fare. Questo è il risultato di un lavoro che non possiamo fare da soli. Abbiamo bisogno di guide che ci tirino fuori dalla caverna dell’ignoranza. 

Tutti abbiamo bisogno di aiuto non solo i bambini. 

Se non aiutiamo gli adulti non possiamo nemmeno aiutare i bambini. 
Di sovente purtroppo gli adulti non sono consapevoli di non essere all’altezza, perché la società ha deciso che basta avere un certo numero di primavere sul proprio calendario e/o tutta una serie di diplomi, che si abbia titolo ad occuparsi di infanzia, adolescenza e giovinezza nelle forme della genitorialità, dell’insegnamento o della terapia. 
Ma questo non è assolutamente vero.
Conoscere l’essere umano da un punto di vista scientifico-spirituale è l’unica base su cui far sorgere una sana relazione con se stessi e con l’altro. E questo è valido per qualsiasi età. 

L’approccio della Pedagogia Curativa Antroposofica si muove sulla base della conoscenza dell’uomo fatto di più ‘corpi’ – 4, 7 o 9 – , fatto di destino e karma e come manifestazione ed espressione dello Mondo delle Cause, o Mondo dello Spirito. Non contempla giudizi o pre-giudizi sui comportamenti dei bambini. 
Il lavoro principale del pedagogista è su se stesso. Egli deve osservare in maniera pura e vivente se stesso, i suoi pensieri, i suoi sentimenti le sue azioni e per imparare a farlo studia e fa esercizio. 
Nel processo di aiuto verso un giovane, si pone nell’osservazione pura dei fenomeni che lascia parlare senza apporre alcuna personale categoria, suggestioni dei sensi, personali condizionamenti, opinioni, risposte indotte dal proprio vissuto. 
Una osservazione questa che aiuta l’osservatore a giungere all’Essenza del bambino, a ciò che egli è. 
E non a ciò che lui si vorrebbe che fosse o divenisse.  

Il racconto di Daniele Silvestri e Rancore è la base di quel punto di vista che voglio raccontare, quella più cruda, quella più asciutta, quella più drammatica che, apparentemente senza redenzione, in realtà è il punto di vista più importante dal quale dobbiamo partire quando vogliamo e ci viene chiesto di aiutare qualcuno: il sintomo.

https://youtube.com/watch?v=rP_y812oEe0%3Ffeature%3Doembed

IoArgentoVivo

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